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Dal 1 aprile 2020 al 30 aprile 2020

Contro l'attacco alla Lombardia
30-04-2020
È in corso un attacco forsennato contro la Lombardia. Bisogna capirne bene le ragioni, rendersi conto realmente di cosa sta succedendo, senza fermarsi alla superficie. Solo così potremo capire come fare per difendere non tanto una parte politica, quanto un modo di essere e di vivere, un tessuto sociale e culturale che hanno generato una concezione libera e sussidiaria del ruolo delle istituzioni, innanzitutto grazie alla forza di una miriade di cittadini e di corpi intermedi ricchi di creatività e di iniziativa. Questa è la posta in gioco ed è troppo importante per non difenderla.


Se qualcuno avesse accusato il Presidente della Regione Abruzzo di avere la colpa del terremoto dell’Aquila gli avremmo dato tutti del pazzo. Oggi, però, moltissimi si sentono nel diritto di accusare il Presidente della Regione Lombardia, e con lui tutta la politica lombarda, per essere stato il centro dell’epidemia di Covid19.

L’accusa è presto detta: la Lombardia avrebbe compiuto un cumulo di errori a causa di una politica cattiva e inadeguata, che ha mantenuto un sistema sanitario prono agli interessi dei privati, quindi orientato a fare profitti anziché curare le persone. L’esempio più clamoroso sarebbe stato quanto accaduto nelle RSA (le Case di riposo per gli anziani), dove addirittura la Regione avrebbe colpevolmente inviato malati di Covid19 per contagiare gli altri ospiti.

L’origine di questo scempio, come ha teorizzato pochi giorni fa Saviano su Repubblica, andrebbe ricercata nella gestione di Formigoni, poi portata avanti dalla Lega. Si è arrivati fino al punto di chiedere il commissariamento della regione da parte di Vito Crimi, capo politico del Movimento 5 Stelle, prima forza politica della maggioranza di governo (che peraltro nel 2010 si candidò governatore contro Formigoni e Penati raccogliendo il 3% dei voti). La vicenda quindi non va presa sottogamba.

La ragione naturalmente sarebbe nei numeri: in Lombardia ci sono stati (al 18 aprile) 12mila decessi, più di quanti ne hanno avuti tutte le altre regioni messe insieme, su 65mila casi positivi (circa il 40% del totale italiano). Quindi tanti casi, tanti morti: qualcuno certamente ha sbagliato! Semplice, no?

Niente affatto! Purtroppo, però, siamo in un tempo in cui tutti si fermano alla superficie e si accontentano di spiegazioni emozionali e reattive, cosi che ciò che appare vero, anche senza alcuna ragione adeguata, trova immediatamente facile consenso.

Sarebbe come dire che se negli Stati Uniti la zona più colpita è lo Stato di New York, la colpa è del Governatore Andrew Cuomo; o in Spagna, dove i casi maggiori si registrano nell’area di Madrid, la colpa è della Presidente della Comunidad Autonoma Isabel Diaz. Nessuno da quelle parti si cimenta in ragionamenti cosi astrusi… Ma qualcuno potrebbe dire che da noi è andata molto peggio. Non è vero!

Non esiste un caso Lombardia: uno studio pubblicato su Lancet Public Health ha dimostrato come l’andamento della mortalità nei primi 30 giorni dell’epidemia in Lombardia è stato di 41,4 casi per 100.000 abitanti, circa la metà rispetto a quanto osservato a New York (81,2) e Madrid (77,1). Quello studio mette a confronto 6 ambiti metropolitani simili per caratteristiche demografiche, economiche, commerciali e di movimenti di persone e merci (ci sono anche Parigi, Londra e Bruxelles), e fa notare come solo in Lombardia il capoluogo sia stato relativamente preservato dall’onda del contagio.

La ragione per cui vengono colpite le principali aree economiche più densamente popolate è molto semplice: le epidemie, da sempre, si diffondono lungo le vie commerciali (era così ai tempi della peste ed è così ancora oggi) e i contagi trovano terreno fertile dove ci sono molte interazioni fra le persone, come avviene nelle aree più densamente popolate.

La verità è che la Lombardia è stata investita da uno tsunami virale! L’epidemia da noi ha avuto dimensioni, velocità e virulenza sconosciute altrove. Inizialmente, in Giunta Regionale, si pensava di dedicare alcuni ospedali solo ai pazienti Covid, ma presto abbiamo dovuto invertire la strategia: il numero era così alto che tutti gli ospedali lombardi sono diventati ospedali Covid e solo alcuni sono stati indicati come hub per assicurare cure anche alle altre patologie gravi. È per questo che oltre 2000 pazienti, che dovevano lasciare il posto ad altri più gravi, sono stati portati altrove e, di questi, 145 sono stati trasferiti solo ed esclusivamente in quelle RSA (21 su oltre 600) che avevano dichiarato di poterli ospitare in reparti separati, con personale dedicato e senza alcun contatto con gli altri ospiti. Peraltro, numeri impressionanti di morti nelle RSA si sono registrati in tutta Italia (le percentuali maggiori in Emilia Romagna), in tutta Europa e in tutto il mondo, proprio perché il virus colpisce più gravemente pazienti più fragili, perché più anziani e spesso con altre patologie croniche.

In Lombardia contro il Coronavirus si è combattuta una guerra in cui abbiamo visto mascherine da snorkeling trasformate dall’ingegno operoso di medici e imprenditori in improvvisati ma funzionali CPAP, ovvero caschi per consentire ai pazienti di respirare. In cui, visto che le mascherine ordinate sul mercato internazionale (oltre 200 milioni) non venivano consegnate, imprese di pannolini si sono riconvertite per produrre mascherine che proteggono dal virus con performance più elevate delle mascherine chirurgiche certificate, come confermano i test fatti nei laboratori del Politecnico di Milano. Politecnico che si è prestato volontariamente e gratuitamente per testare centinaia e centinaia di campioni, fino a trovare quelli col materiale idoneo. Lavorando sette giorni su sette, giorno e notte, con la Regione, Confindustria, con altri laboratori certificati e imprese “guida”, per costruire in poche settimane una filiera lombarda di produzione di Dispositivi di Protezione.

Ma qui sta il punto! Cosa si vuole colpire della Lombardia? Io vedo due assalti: uno politico e uno culturale.

Quello politico è chiar i partiti di sinistra, con in testa alcune frange del PD (basta leggere certe dichiarazioni di Bussolati, Pollastrini, Majorino, ecc.) e il M5S, non vedevano l’ora di prendersi una rivincita in Lombardia, dopo 25 anni in cui non sono mai riusciti a interpretare il sentimento dei lombardi, e non par loro vero di vedere il loro avversario politico in difficoltà; stanno dunque semplicemente speculando politicamente sulla situazione. Non c’è traccia in questo di sincera passione per il bene comune, ma solo ricerca strumentale del consenso. Altre posizioni, anche nello stesso PD o in formazioni più moderate, pur senza fare sconti, sono animate da una posizione più realista e costruttiva, meno strumentale (anche qui basta leggere dichiarazioni e interventi di Pizzul, di Patrizia Baffi di Italia Viva, di +Europa).

Quello culturale è più subdolo e più pericoloso. Parte dalle penne sottili e intinte al veleno delle firme di primo piano dei “giornaloni” - da Repubblica schierata a coorte contro la Lombardia, al Corriere, come sempre più cerchiobottista - o dei “giornalini” di battaglia giustizialista, come il Fatto Quotidiano. Ha cominciato Gad Lerner parlando del Pio Albergo Trivulzio (dove partì Tangentopoli ai tempi di Mario Chiesa, cosa c’è di più evocativo?), poi ha proseguito Milena Gabanelli, fino all’affondo di Saviano, volutamente cominciato con un tocco esterofilo molto chic su Le Monde e poi subito ripreso da Repubblica, il tutto contornato dai colpi di maglio di Travaglio & Co.. Agli articoli hanno fatto seguito gli esposti, guarda caso partiti quasi sempre da sindacati di sinistra, i Cobas o la CGIL, e poi le indagini della magistratura.

Cosa c’è dunque in gioco realmente? Sì, certo, la politica: le elezioni a Milano il prossimo anno e la possibilità di indebolire il centrodestra là dove, come in Lombardia, ha dimostrato di saper incarnare una esperienza di governo efficace e apprezzata dai cittadini elettori che la sostengono da 25 anni.

Ma c’è anche di più: c’è la volontà di mettere a tacere, come già era avvenuto ai tempi di Formigoni, un tentativo riuscito di dimostrare che pubblico e statale non sono sinonimi; che può esistere una collaborazione tra pubblico e privato che fa crescere tutto il sistema; che il privato non è solo rapina e profitto illecito, ma può essere anche strumento per aumentare la qualità di tutto il sistema. Che la risposta ai bisogni collettivi non deve venire per forza per la via del centralismo statalista, secondo le forme che il potere di turno concede dall’alto ai cittadini, ma può passare, grazie alle autonomie, dal basso, secondo un modello che coinvolge le formazioni sociali, cioè l’immensa capacità di creare opere e iniziative frutto della nostra creatività sociale, nella gestione e nella erogazione di servizi pubblici. Da questa creatività sociale in Lombardia sono nate le Casse di Risparmio (da cui arriva Banca Intesa), le Società mutualistiche (germe delle assicurazioni), i Sindacati, le Associazioni Imprenditoriali e di Categoria, le Opere di carità del no profit, le scuole paritarie e le Università come la Bocconi, la Cattolica, lo IULM, la LIUC, ecc., e tanti ospedali, nati dall’iniziativa di privati, anche prima del formarsi dello Stato unitario, sia di origine laica, come il Policlinico (finanziato e costruito dai cittadini milanesi) e la Mangiagalli; sia religiosa, come il Fatebenefratelli e la San Giuseppe.

Un modello di welfare mix pubblico-privato come quello lombardo non solo ha dimostrato di poter funzionare bene, ma soprattutto ha consentito anche alla “Sciura Maria” con la pensione minima, di farsi curare al San Raffaele o all’Humanitas o nelle decine di altre strutture analoghe dove prima potevano andare solo gli “Sciuri”, nel senso del conto in banca, come i detrattori che oggi ci accusano, e che questo è realmente un esempio di integrazione sociale e di uguaglianza per far stare meglio i meno fortunati e i più poveri. In altre parole, un modello in cui il principio di sussidiarietà non è solo una parola relegata nei tomi sulla dottrina sociale cristiana, ma un principio ispiratore e organizzatore di un diverso modello di statualità e di funzionamento delle istituzioni. Una forma di potere partecipato, inclusivo, dal basso. Esattamente l’opposto di come viene descritt arrogante, esclusivo (buono solo per gli amici degli amici), protervo.

I lombardi però questo gusto per la libertà e la creatività ce l’hanno nel sangue. È dentro il DNA della loro storia, quella del Carroccio e della Lega Lombarda di nove secoli fa contro l’Imperatore Barbarossa, dei Liberi Comuni, delle corti rinascimentali come Mantova dei Gonzaga o Milano di Ludovico il Moro, che facevano a gara per raccogliere le eccellenze del tempo, dei grandi mercanti che hanno generato le tante Lombard Street del mondo e poi dei primi imprenditori, che sono spesso stati anche dei grandi mecenati sociali. Questa operosità non è mai stata solo individuale, ma ha sempre avuto un risvolto sociale e ha sempre chiesto alla politica innanzitutto la libertà di potersi esprimere, senza troppi lacci e lacciuoli, gabelle e burocrazia. Per questo oggi non può e non deve cascare nelle trappole dei nuovi statalisti e giustizialisti e neppure nei loro malcelati calcoli di potere.

Questa è la forza della Lombardia: la forza della Lombardia sono i lombardi che mai si faranno portar via l’anelito alla libertà di poter fare bene il proprio lavoro, non solo per gonfiare il portafoglio ma per fare le cose per bene. Anzi per fare il bene.

Non sa nemmeno cosa sia la Lombardia, chi siano i lombardi, Michele Serra, che osa chiamarli “dissennati”, vittime della “religione del lavoro”, rivolgendoci la sua non richiesta compassione. Sì, il lavoro è una religione perché è sacro, è ciò che più ci fa scoprire chi siamo e che cosa stiamo a fare al mondo.

Se l’Italia ripartirà non sarà grazie a operazioni dirigiste, a riforme ben confezionate, ma solo grazie a questa insopprimibile voglia di fare, e quindi di esserci, di uomini e donne che provano a trasformare la realtà in meglio.

La politica allora si metta al servizio di queste iniziative dal basso, le sostenga, dia spazio a quella miriade di luoghi ancora presenti in Italia – famiglie, comunità, associazioni, scuole, imprese piccole e grandi – in cui le persone riprendono consapevolezza, motivazione, fiducia. È la cultura della libertà contro la cultura del controllo, la cultura della fiducia contro la cultura del sospetto, che ha inchiodato il nostro Paese al palo.

Difendere questo spazio di libertà è la posta in gioco. Per questo oggi bisogna difendere la Lombardia e le sue istituzioni regionali, che potranno aver fatto alcuni errori, soprattutto in una vicenda improvvisa e sconosciuta come quella della pandemia, ma non hanno mai voluto portare via alla nostra terra il suo gusto di agire liberamente per il bene, come altri vorrebbero fare, con la scusa del coronavirus.

La partita della ripartenza si potrà vincere solo ripartendo dalle persone. “Ripartire dalle persone” non è uno slogan ma un’idea di politica, un modello di governo che ha già dimostrato, proprio in Lombardia, di funzionare.

 

Raffaele Cattaneo


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